Una boccata di speranza nel buio della fragilità

Il Giubileo mette al centro gli ammalati

 

Vincenzo Foti

Nella V domenica di Quaresima, mentre la liturgia fa memoria dell’incontro tra Gesù e la donna peccatrice, Piazza San Pietro si è gremita di oltre 20 mila pellegrini, provenienti da 90 Paesi, tra malati, medici ed infermieri. Un’occasione per rimettere al centro il tema del prendersi cura dell’umano, in un tempo dove questo sembra ormai essere messo ai margini, mostrando quel volto di Chiesa vulnerabile e vulnerata che ha più bisogno di attenzione.

Mons. Fisichella che ha presieduto la celebrazione eucaristica, alla quale hanno preso parte anche i vescovi provenienti dalla Slovacchia, nel condividere con i fedeli l’omelia di Papa Francesco, così si esprimeva: «non releghiamo chi è fragile lontano dalla nostra vita, come purtroppo oggi a volte fa un certo tipo di mentalità, non ostracizziamo il dolore dai nostri ambienti. Facciamone piuttosto un’occasione per crescere insieme, per coltivare la speranza grazie all’amore che per primo Dio ha riversato nei nostri cuori e che, al di là di tutto, è ciò che rimane per sempre».

Ed è stato proprio questo il significato profondo vissuto dai pellegrini nei due giorni di Giubileo, coinvolgendo anche le autorità civili nel riflettere sul tema della fragilità e della cura. «Vogliamo rimettere il malato a centro delle cure, – ha affermato il ministro della salute italiano Orazio Schillaci – è giusto curare le persone e non le malattie, e bisogna avere umanizzazione nelle cure, riscoprire il profondo rapporto che c’è tra i malati e chi si prende cura di loro e il Giubileo è proprio dedicato ai malati e agli operatori della sanità».

L’intento del Giubileo sembra essere stato raggiunto perché in molti degli ammalati giunti a Roma hanno potuto sentirsi protagonisti, seppur per qualche giorno, delle cure della madre Chiesa: «Per i nostri ammalati è una grande emozione e una grande esperienza di vita essere qui, perché spesso sono chiusi in casa o nelle strutture di accoglienza, dove sono trattati bene, ma non sempre hanno l’opportunità di vivere esperienze del genere all’aperto» ha dichiarato don Walter Gatti, Assistente dell’Unitalsi di Vittorio Veneto.

Un’uscita per ritrovare speranza e conforto, ma soprattutto calore umano anche nelle semplici situazioni quotidiane: «Desideravo tanto vivere questo Giubileo e passare sotto la Porta Santa. Mi sembrava impossibile perché non posso camminare. Abbiamo avuto a disposizione una macchina per caricare la mia carrozzina – racconta la signora Angela, membro del Movimento dei Focolari e ospite della Casa di Riposo “Ancelle della SS. Trinità” in Roma – e così ho ricevuto un enorme gesto d’amore da parte delle mie compagne che mi hanno aiutata. Sono felice di essere venuta ed aver sperimentato in prima persona come, nonostante tutte le sfide e le guerre, possa sempre nascere nel cuore la speranza nel futuro».

Da molto tempo il Papa sta promovendo l’attenzione e la cura degli ammalati perché non cadana anch’essi nella spirale della “cultura dello scarto”, come spesso la definisce. Ma mai come in questi ultimi tempi può comprendere da vicino cosa sia vivere la sofferenza e la malattia per le sue condizioni di salute. L’essere riuscito a salutare i pellegrini in Piazza è stato un modo per dimostrare la sua vicinanza e la sua prossimità proprio a coloro che come lui stanno attraversando un momento delicato della propria esistenza. «Con voi carissimi fratelli e sorelle malati, in questo momento della mia vita condivido molto: l’esperienza dell’infermità, di sentirci deboli, di dipendere dagli altri in tante cose, di aver bisogno di sostegno» queste le parole del Santo Padre nell’omelia.

Un segno di vicinanza, ma anche di grande speranza, quello vissuto dai pellegrini durante il giubileo del mondo della sanità, soprattutto per coloro che faticano a trovare la speranza nel buio della malattia e della sofferenza.  «È possibile parlare di speranza anche nella malattia e nella sofferenza – riassume il direttore dell’Ufficio Cei, don Massimo Angelelli – perché c’è una speranza nella guarigione che poggia sulla ricerca scientifica e sui sistemi di cura, e c’è una speranza che nasce dal senso del nostro vissuto. La sofferenza non è senza una finalità se ne capiamo il senso e diamo senso a questo tempo di sofferenza».