“Cancel culture”: clicca per annulare

Andrii Volianiuk / Commento

Circa 150 scrittori, giornalisti e altri esponenti del mondo culturale internazionale hanno firmato tempo fa un manifesto contro la persecuzione pubblica di personaggi che esprimono opinioni impopolari. Esiste già un termine per descrivere queste campagne pubbliche di ostracismo contro intellettuali, blogger, politici e influencer sui social media: “cancel culture”, cultura della cancellazione.

La “cancel culture” consiste nel boicottaggio dei personaggi pubblici che parlano o fanno dichiarazioni inappropriate, secondo l’opinione della comunità di Internet. Non si sa chi abbia inventato l’espressione, ma è diventata parola dell’anno 2019 per l’Australian Macquarie Dictionary.

L’idea chiave della “cancel culture” è di rendere noti gli individui responsabili di queste “violazioni” di natura sociale o politica. Lo schema è il seguente: un personaggio pubblico fa un “errore” o dice sui social media qualcosa di non politicamente corretto; questo si traduce in una reazione pubblica negativa, che spesso viene raccolta e condivisa dagli utenti dei social media, e seguono le richieste di licenziare la persona dalla posizione che occupa, di porre fine alla sua carriera, ecc.

Alcuni personaggi famosi che sono stati accusati di abusi sessuali, come Harvey Weinstein, Bill Cosby e Kevin Spacey, sono stati effettivamente “cancellati”. Alcuni di loro, dopo un silenzio forzato, hanno invece ricevuto una nuova vita. Il conduttore televisivo Jimmy Kimmell è stato accusato di razzismo per i suoi sketch umoristici in “The Man Show”, andato in onda dal 1999 al 2004; ma lo scandalo è scoppiato nel 2020. La scrittrice Joan Rowling è stata accusata di transfobia per il fatto di scrivere che le donne transgender non sono in grado di qualificarsi come vere donne.

Il rifiuto della “cancel culture” a cui gli intellettuali del mondo hanno gridato in una lettera aperta non significare il rifiuto dei principi di giustizia sociale e del desiderio di uguaglianza che la motiva.

Molti psicologi sostengono che oggi (nell’era della post-verità, dei social media e dei conflitti sociali permanenti) siamo più insicuri di prima su noi stessi e sul mondo che ci circonda. Ci sentiamo differenziati di fronte alle persone nel nostro mondo virtuale e reale, e quindi cadiamo facilmente nel pensiero di gruppo.

È importante ricordare che la “cancel culture” non è un modo per cambiare lo stato delle cose per sempre. Si può non essere d’accordo con chi o cosa, ma è comunque vitale per la società discutere in modo costruttivo, dove tutti possano imparare una lezione preziosa.